Il cane da traccia partecipa all’attività di recupero di animali feriti o morti dopo essere fuggiti, sia in ambito venatorio, quindi per quanto riguarda gli ungulati, sia in ambiti incidentali, ad esempio per gli investimenti automobilistici di ovini, bovini e caprini. Attraverso il fiuto il cane segue le tracce ematiche perse dall’animale selvatico sul terreno: le tracce sono necessarie per il recupero dell’animale fuggito, che verrebbe altrimenti perso dal cane da seguita. Il cane da traccia lavora su tutti i terreni e climi: solo in caso di neve alta è difficile che riesca a lavorare. Il cane da traccia si distingue dagli altri tipi di cani da caccia perché opera solo dopo lo sparo, a distanza di alcune ore fino a 48 ore, e per la dote di non lasciarsi confondere o distrarsi da altre piste. L’inserimento del cane da traccia indica una corretta e seria attività venatoria, in quanto permette il recupero di animali feriti. I cani da traccia sono i discendenti dei cani da seguita che venivano usati nel Medioevo, quando l’attività venatoria avveniva a cavallo con l’impiego di archi e frecce e la preda non moriva sul colpo ma i cani reindirizzavano l’animale verso il cacciatore. L’utilizzo dei cani da traccia veri e propri avvenne con l’introduzione delle armi da fuoco.

L’articolo prosegue a pagina 48 del numero 58 di Cinghiale & Cani

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